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domenica, 10 febbraio 2008
Fiume non sarà MAI Rijeka !

Nel marzo 1946, secondo quanto stabilito alla conferenza di Londra del settembre 1945, si avviò l’inchiesta etnico – economica in Venezia Giulia entro i limiti tracciati dalla linea di Wilson.I membri del CLN fiumano, i partiti cittadini e gli onorevoli Riccardo Zanella ed Ossoinack, rivolsero una istanza ai ministri alleati riuniti alla conferenza.In tale documento si ribadiva la necessità di estendere l’inchiesta anche al territorio fiumano, proprio in virtù di quei princìpi etnici in base ai quali si sarebbe poi definita la questione giuliana ed al cui fine era stata istituita l’inchiesta stessa.La richiesta fiumana venne accolta almeno nelle parti riguardanti la situazione del porto fiumano dal 1924 in poi.Gli incaricati dell’inchiesta giunsero a Fiume il 16 marzo, senza preavviso, il che non permise ai lavoratori politici di predisporre, come era avvenuto nell’Istria, manifestazioni propagandistiche. Ci furono invece, nonostante il controllo esercitato dall’OZNA, delle dimostrazioni cittadine in cui si inneggiò all’annessione dell’Italia, e che causarono numerosi arresti che non ebbero seguito solo grazie all’interessamento dei membri della delegazione. Il CLN fece pervenire alla commissione alleata, tramite il console di un paese scandinavo, una lettera cui furono allegati una copia del memorandum inviato il 5 settembre 1945 dal CNL fiumano al capo del governo militare alleato di Trieste colonnello Bowman, una copia del rapporto sullo stato del porto di Fiume, redatto dal dottor Mario Dinelli, ed altri documenti contenenti notizie storiche e politiche sulla città di Fiume.In questa lettera si parlò inoltre esplicitamente del clima di terrore in cui la città viveva ormai dal momento dell’occupazione jugoslava, e che già dal 1943 aveva investito gran parte dell’Istria.L’inchiesta si concluse dopo tre giorni, ed il risultato venne pubblicato a Parigi il 30 aprile. In un documento riportato in Italia dall’Agenzia Ansa ed in altri giornali contemporanei, se ne riassumeva il testo che risultava concordare con i dati scientifici forniti dal dott. Dinelli.Pur sottolineando l’infondatezza delle pretese jugoslave, lasciò aperta la soluzione del confine etnico della Venezia Giulia a quattro proposte, una per ciascuna delle grandi potenze. In questa lettera trovava nuovamente conferma la notizia, di cui si era già data pubblica denuncia precedentemente, che a Fiume imperversava un clima di terrore che costò la vita e la prigionia a migliaia di fiumani, italiani, ed anche di serbi, croati e sloveni.Le epurazioni jugoslave coinvolsero indistintamente cittadini di ogni età, etnia, censo e condizione sociale. I primi ad essere vittime delle esecuzioni e degli arresti da parte jugoslava, furono i membri del partito autonomista. Questo apparve ai titini come l’avversario più pericoloso, essendo un potenziale punto di riferimento per la popolazione italiana, per l’indubbia reputazione antifascista e la considerazione di cui godevano, per il ruolo politico e storico rivestito negli anni precedenti.La mattina del 4 maggio, cessato l’orario del coprifuoco, venne ritrovato il cadavere del dott. Mario Blasich, anziano ed ormai costretto a letto da una paralisi. Nelle stesse ore venne ritrovato anche il cadavere del rag. Giuseppe Sincich, anch’esso prelevato nella notte ed ucciso a colpi di rivoltella. Entrambi erano noti membri della costituente fiumana del 1921.Più avanti, presso il molo S. Marco, venne ritrovato il corpo del direttore dell’ospedale S. Spirito Rado Baucer, croato di sentimenti filo italiani, cui furono sottratti anche i fondi della cassa dell’Istituto, che ammontavano a ben due milioni di lire. Spesso, infatti, queste esecuzioni vennero accompagnate da atti di delinquenza comune. Eguale fine avevano fatto, nella notte, Celliut Antonio, il sig. Bergnaz ed il dott. Nevio Skull, membri responsabili della Resistenza. Nel luglio 1945, sino alla fine dell’anno, si svolsero le elezioni per i comitati sindacali aziendali. L’opposizione, come risulta da quanto pubblicato da “La voce del popolo” nei mesi di ottobre ed i successivi, ottenne i sette decimi dei seggi.Furono eletti Matteo Blasich, Angelo Adam, Mario Terd, Renato Luksich e Delli Galzigna. Il 4 ottobre l’Ozna arrestò Angelo Adam, in procinto di partire per Milano per incontrare i componenti del CLNAI.
Si persero notizie di lui, della moglie, ed in seguito anche della figlia, che aveva intrapreso le ricerche dei genitori. Solo in seguito, insieme all’ammissione dell’avvenuta liquidazione anche di Matteo Blasich e di altri che erano stati eletti, fu data notizia dell’avvenuta fucilazione di Angelo Adam e della sua famiglia.Le elezioni, definite da Luksich Jamini una commedia, si conclusero con la nomina di membri compiacenti il regime, senza che fosse possibile effettuare una verifica dei voti espressi e dell’avvenuto scrutinio. Si era così eliminata ogni traccia di opposizione sindacale nei cantieri navali.

Numerosi furono i fascisti arrestati nei confronti dei quali, in seguito a rapidi processi, venne dichiarata la condanna a morte subito eseguita. Di molti processi non fu mai tuttavia possibile reperire un verbale o atti che ne provassero l’esecuzione.Tra questi, ad esempio, fu arrestato il senatore Riccardo Gigante che, prelevato dalla propria abitazione, fu fatto sfilare alla testa di un corteo di fiumani incatenati, di cui si persero ben presto le notizie. L’accusa di essere fascisti suonò come una condanna a morte: i soli a non essere toccati furono i membri dell’agenzia Gerini, ossia i fascisti fusionisti che sin dall’inizio collaborarono con il CPL.Furono egualmente colpiti gli ex legionari di D’Annunzio, gli irredentisti della prima guerra mondiale, i decorati, gli ufficiali ex combattenti. Numerose sono le testimonianze a riguardo apparse sulla stampa dell’epoca e negli anni successivi.Mancò da parte del quotidiano “La voce del popolo” un qualsiasi riferimento a questi fatti: quale organo del CPL esso riportò infatti, come citato in precedenza, solo discorsi e dichiarazioni di esponenti politici croati più o meno eminenti, in cui il riferimento all’epurazione e alla necessità di perseguire i nemici del popolo fu tuttavia esplicito e con chiari intenti intimidatori.“L’Emancipazione”, giornale del Partito d’Azione, affermò in un commento, che i fatti del 5 maggio non erano altro che il primo dolorosissimo episodio di quella “tragica buffonata che è il dopoguerra”, con evidente riferimento all’atteggiamento delle autorità comuniste e jugoslave in merito al destino della Venezia Giulia.
“L’Emancipazione” curò la pubblicazione di due relazioni riguardanti i fatti istriani dell’immediato dopoguerra e quelli accaduti a Fiume il 3 maggio 1945, redatte dal CNL dell’Istria a da Alessandro Comandini.Nella sua narrazione i fatti fiumani dopo il 3 maggio 1945 sono attribuiti alla volontà jugoslava di eliminare chiunque si fosse opposto alle nuove autorità. Dalla narrazione emerge un senso di giustizia negata supportata da fatti, testimonianze e critiche dei nuovi esponenti politici alla guida della città, che si distinsero per la loro incapacità amministrativa e culturale.Strumento di queste uccisioni fu l’OZNA, la polizia segreta che svolse con estrema precisione e capillarità i propri compiti. L’autonomia di cui L’Ozna godette nei confronti degli organismi militari e dello stesso CPL trova conferma in varie fonti.La propaganda fu esercitata a Fiume con estrema capillarità, al fine di far accettare alla popolazione il fatto compiuto, consolidare il proprio governo e reprimere chiunque non accettasse il nuovo stato di cose. In questa ottica si inquadra l’azione dei lavoratori politici che organizzarono comizi, conferenze e, nei diversi rioni della città, persino “visite domiciliari”. “La Voce del popolo” segnalò quotidianamente tali iniziative, la cui partecipazione fu solo apparentemente facoltativa. L’azione propagandistica, diretta dal FUPL, su cui agiva il controllo sistematico dell’Ozna, non mancò di interessare anche le scuole. Esse divennero, come appare anche dalle testimonianze del preside del liceo locale E. Burich, centri di resistenza e protesta. Si introdusse nelle scuole l’insegnamento della lingua croata e vennero organizzate, nelle ore pomeridiane, a cura dell’UGAG, numerose attività per la gioventù fiumana. Le proteste, le dimostrazioni politiche, le fughe dalle finestre dell’istituto, di cui Burich fu testimone, furono spesso sedate ricorrendo all’azione dei lavoratori politici che si servirono di manganelli e randelli. Gruppi di giovani quali i “Giovani democratici cristiani”, i “Giovani autonomi” e la “Lega del fazzoletto bianco”, così chiamati per il fazzoletto esposto in forma particolare dal taschino della giacca, che fungeva da segno di riconoscimento, organizzarono manifestazioni, pubblicarono e diffusero la stampa clandestina. Solo nel gennaio 1946 furono arrestati numerosi studenti, tra cui ragazzi e ragazze di 14 anni, sospettati di appartenere alla lega. Condivisero la stessa sorte numerosi sacerdoti, ed in particolare i Cappuccini e i Salesiani, che dovettero sopportare processi clamorosi per la loro attività svolta a favore dei perseguitati. Queste sentenze furono emesse in base all’accusa di attività sovversive che costarono a molti sacerdoti la vita o anni di lavori forzati. Questi atti non fecero che ridestare nell’animo della gente i primi eccidi avvenuti dopo l’8 settembre 1943 in numerose zone dell’Istria e a cui Fiume era rimasta parzialmente estranea a causa dell’occupazione tedesca. Di essi non si ebbe, all’epoca, una percezione immediata.Nelle testimonianze successive, ed al momento in cui fu ripristinato il controllo tedesco ed italiano nella zona, esplose allora con tutta la sua drammaticità quali fossero stati i frutti dell’occupazione jugoslava, che durò solo 35 giorni (dal 9 settembre al 13 ottobre 1943).
Le notizie delle FOIBE nelle quali erano stati occultati numerosi cadaveri di vittime delle fucilazioni e deportazioni, cominciarono a circolare timidamente tra quanti, alla ricerca dei propri scomparsi, si recarono dalle autorità locali per ottenere informazioni.

Nel 1945 le vittime ammontavano non più a centinaia ma a diverse migliaia di unità. Vi furono più di 10.000 arresti; circa il numero di quanti vennero “liquidati” restano ancora dei dubbi dovuti alla scarsità di documentazione, cosa che rende difficile stilare una stima certa.Le maggiori carenze si hanno soprattutto per quanto attiene alle fonti jugoslave, in quanto le notizie a riguardo furono debitamente occultate e non si è potuta condurre un’accurata ricerca negli archivi jugoslavi, per la reticenza delle autorità locali.Quanti si recarono presso gli uffici del CPL, parenti od amici, furono essi stessi eliminati, e dunque alle notizie di scomparsa di intere famiglie, spesso si reagì solo con la paura e il dolore. I dati relativi alle vittime italiane sono stati raccolti da diversi enti ed istituti in base alle testimonianze di quanti, fuggiti o sopravvissuti, avevano già appreso la notizia della loro morte o hanno continuato a cercare invano le notizie dei propri cari una volta giunti in Italia o in altri paesi che accolsero numerosissimi profughi.
Nelle fonti jugoslave dell’epoca, l’incriminazione principale fu quella di essere fascisti, il che significò automaticamente l’essere considerato nemico del popolo e quindi passibile di condanna a morte. Il termine “reazionario” o “nemico del popolo” fu così esteso da coprire ogni tipo di dissidenza. Eppure a Fiume stessa l’opera di epurazione non toccò numerosi esponenti del partito fascista, tra cui ad esempio lo stesso direttore del quotidiano “La Voce del Popolo”.La repressione, inoltre, non riguardò solo gli italiani, sebbene si ebbe spesso la sensazione che alla base delle liquidazioni vi fosse un piano programmato di pulizia etnica. L’ondata di terrore che sconvolse l’Istria nel 1945, fu il risultato di una sintesi di diversi elementi. Esso rispose principalmente alla necessità di affermare il nuovo regime epurando, in ogni modo, qualunque forma di dissenso, e la crudeltà con cui ciò avvenne, fu tipica di un regime nascente. Tutto ciò rispondeva ad un progetto per la cui affermazione si rendeva necessaria la distruzione del potere italiano sull’entroterra istriano e della sua sostituzione con un potere partigiano.
L’identità nazionale fu un dato secondario. Nelle piccole e grandi città a prevalenza numerica di italiani, si ebbe la sensazione che tali atti fossero la conseguenza di un odio razziale che fino ad allora non era esploso, ma aveva le sue basi nell’antico conflitto tra il mondo rurale croato ed i centri urbani italiani.Non a caso il movimento di liberazione jugoslavo fondò la sua organizzazione principalmente sui “narodjaci”, ossia i maggiorenti locali esponenti del tradizionale nazionalismo croato, che fu quindi abilmente convertito in un orientamento anti italiano.
A Fiume la maggioranza era italiana, e soprattutto di italiani che chiedevano l’annessione all’Italia o l’indipendenza. Non bisogna inoltre sottovalutare l’importanza delle strutture industriali e delle potenzialità economiche di Fiume, la quale apparve una risorsa per il nuovo Stato, ancora più importante in quanto non si era riusciti ad ottenere il porto di Trieste.A Fiume, infatti, alla repressione politica si associò l’epurazione economica. Essa fu fondamentalmente un’azione politica che mirò a distruggere, attraverso espropri e sequestri, le basi economiche della piccola e media borghesia fiumana, ossia del centro dell’italianità di Fiume. Spostare il confine verso occidente significava inoltre gettare un ponte attraverso il quale portare il comunismo in Europa ed in Italia. L’Istria, quindi, diventava un punto da cui l’Unione Sovietica, la rivoluzione comunista, avrebbe proceduto verso occidente. I requisiti ideali, dunque, che permisero di sfuggire alle liquidazioni slave furono, secondo una definizione di Raoul Pupo “essere fautori dell’appartenenza statuale alla Iugoslavia, essere di obbedienza comunista, ed eventualmente di discendenza slava, e comunque nemici dichiarati dell’Italia fascista e imperialista”. L’impegno maggiore fu rivolto alla costituzione del sistema comunista e a tal fine fu necessario, a Fiume, colpire e privare di risorse, fino alla snazionalizzazione, il gruppo nazionale italiano.
Le condizioni economiche a Fiume peggiorarono drasticamente a causa dell’incapacità amministrativa jugoslava. In base alle dichiarazioni depositate all’Archivio Centrale dello Stato,mancavano i generi alimentari di prima necessità e l’attività portuale e delle aziende era bloccata per la mancanza di materie prime. La sostituzione della lira con la iugolira, il cui valore era pari al 50% della lira stessa, causò licenziamenti, fallimenti, chiusura delle banche e l’immiserimento della popolazione. In questi atti si afferma esplicitamente, inoltre, che il sistema di confisca del patrimonio venne inserito appositamente in ogni condanna.Dopo la firma del Trattato di Pace la situazione a Fiume divenne insostenibile.
Tristemente nota fu la foiba di Obrovo nei pressi di Fiume, in cui risulta siano stati occultati i cadaveri della maggior parte dei fiumani arrestati. La riesumazione, tuttavia, non è stata completamente eseguita a causa della particolare forma della foiba. Non c’è una data precisa in cui si attesta la fine delle uccisioni, né una data da cui si può fare avere inizio il lento, ma sempre più massiccio esodo che portò più di 350.000 giuliano-dalmati ad abbandonare le proprie terre.
Fiume fu la prima città a svuotarsi nel dopoguerra. Nel 1945 essa contava 66.000 abitanti, dei quali 58.000 scelsero di esodare e molti di questi non furono solo italiani, ma appartenevano a diverse etnie. Non è possibile fornire una stima esatta del numero di italiani che abbandonarono Fiume, poiché alcuni profughi vennero considerati italiani o slavi a seconda delle fonti considerate, e proseguirono il loro viaggio per destinazioni diverse dall’Italia.Dal censimento del 1936 risultavano, nei territori dell’esodo, all’incirca 300.000 italiani; nel 1961 la cifra si aggira sui 25.000.

Il diritto di opzione entrò in vigore il 10 febbraio 1948, ma da parte delle autorità jugoslave si cercò con ogni mezzo di impedire questo svuotamento della città, che avrebbe impressionato sfavorevolmente l’opinione pubblica internazionale e depauperato di importanti quadri tecnici qualificati di cui l’industria nascente aveva bisogno. Ai paragrafi 1-4 dell’articolo 19 del trattato di pace, si faceva inoltre esplicitamente riferimento anche ai cittadini che erano passati in Italia precedentemente al trattato. A tale regolamento internazionale, integrato successivamente dalla legge sulla cittadinanza adottata dalla repubblica federativa in Jugoslavia, si aggiunsero poi accordi stipulati tra i due Stati.
Il testo del trattato, concedendo la possibilità di optare solo a coloro la cui lingua usuale era quella italiana, assunse come principio fondamentale quello dell’appartenenza nazionale. Il governo rigettò per iscritto circa 3000 dichiarazioni di opzione nella sola città di Fiume. Le condizioni dell’opzione, inoltre, il cui diritto era esercitatile entro un anno, significarono, per molti, l’immiserimento definitivo. Al momento dell’opzione, infatti, molti furono licenziati e non di rado poi il permesso fu concesso solo ad alcuni componenti familiari, con il preciso intento di spezzare le famiglie o indurle a rinunciare. Chi si vide rifiutare la domanda di opzione potè ottenere lo svincolo della cittadinanza jugoslava dietro pagamento di una tassa di 10.000 dinari e la rinuncia all’indennizzo per i beni abbandonati nei territori ceduti.

Indubbiamente un ruolo di primo piano nella scelta dell' Esodo fu rivestito dalla paura, dall’incubo delle deportazioni e delle foibe. La coscienza, inoltre, dell’instaurarsi di un regime totalitario, il clima di terrore che gravava su tutti, al punto di non potere conversare liberamente per strada senza essere sottoposti agli interrogatori della polizia ed il veder dipendere l’esercizio dei principali diritti umani e la propria libertà da un rapporto che attestasse la buona condotta, furono già motivi sufficienti.
La costrizione, inoltre, di dover accettare un regime comunista significò anche il dover forzatamente subire un nuovo modello economico che fino ad allora aveva significato solo miseria ed impoverimento. Persino i più entusiasti comunisti che dall’Italia si recarono volontariamente in Jugoslavia scelsero di tornare poi indietro delusi dal comunismo di Tito.
Quella dell’esodo fu una scelta che gravò pesantemente sui sentimenti di quanti decisero di optare. La loro coscienza, inoltre, si fece più pesante quando, giunti in Italia, trovarono soprattutto in alcune zone un clima di accusa e disprezzo, anziché di comprensione.
A Bologna i comunisti minacciarono lo sciopero se avessero fatto fermare il treno carico di profughi, per i quali la Pontificia Opera di Assistenza stava preparando un piatto caldo, e che furono così costretti, dopo 24 ore di viaggio, a proseguire fino ai campi di raccolta.
I profughi furono definiti fascisti e la loro scelta attribuita ad “una sporca coscienza fascista”.Mario Pacor, triestino, partigiano e scrittore comunista, nel volume “Confine orientale” edito da Feltrinelli, dedica al problema dei profughi mezza facciata e li definisce “fascisti collaborazionisti fra cui vi furono pochi onesti italiani”.
Nel giudizio di Arturo Carlo Jemolo in “Anni di prova”, e di N. Lombardo Radice su “L’Unità” del dicembre 1964, gli istriani compirono quell’atto in quanto mal consigliati, e fu in fondo attribuibile al loro esodo la colpa della definitiva perdita delle terre istriane. Le testimonianze, ricche di giudizi negativi e positivi, furono e sono innumerevoli.
Il 15 novembre 1946 l’on. Nitti condannò l’esodo e dubitò della veridicità degli eccidi e delle foibe. Ci si chiese persino, fallito il tentativo di contenere l’esodo, se fosse opportuno riunire nei campi profughi così tanti fascisti, e si decise quindi di sparpagliare la gente nei diversi angoli d’Italia. Il 17 luglio 1948 il Comitato Recupero delle Salme degli italiani infoibati informò di aver potuto esumare solo 1266 salme, poiché nessun recupero era stato possibile nelle zone amministrate dalla Jugoslavia.
Nella intervista della giornalista Laura Marchino ad Oskar Piskulic, attivista di spicco del movimento comunista e capo dell’OZNA di Fiume, apparsa dal 24 al 28 luglio 1990 su “La voce del popolo” (quotidiano oggi della minoranza etnica di Fiume) non venne fornito da questi nessuna ulteriore notizia circa la scomparsa di intere famiglie di cui non si era saputo più nulla.Oskar Piskulic ha precisato di non poter fornire alcuna spiegazione in quanto legato da un giuramento comune a tutti i membri della polizia segreta, per cui mai in vita, con alcun mezzo, potrà rivelare quanto di sua conoscenza. Nei confronti di Ivan Motiva ed Oskar Piskulic è stata avviata nel 1995, una inchiesta sui crimini su italiani a Fiume nel 1945 ed oltre, per i quali in particolare vale la definizione di “omicidi in tempo di pace” .Dal 1960, e per tutti gli anni Ottanta circa, l’argomento delle foibe, tuttora discusso, era stato evitato fino a giungere oggi ad una riscoperta di queste voragini che inghiottirono migliaia di persone

Postato da: Vandeaitaliana a 08:19 | link | commenti (2)
guerra, istria, 10 febbraio, irredentismo

Canicattì omaggia Tito, il massacratore di Bleiburg.

Nel panorama Italiasiatico ho trovato che la cittadina siciliana di Canicattì, la quale SICURAMENTE ha avuto un ruolo determinante nella resistenza, ha anch' essa, oltre a Via Lenin, Via Marx, Via Palmiro Togliatti, Via Luigi Longo, Via Enrico Berlinguer e Via Giancarlo Pajetta, una via dedicata a Josip Broz detto Tito. Come Livorno e Reggio Emilia.

Tito, ricordo, oltre essere responsabile delle foibe, è autore del Massacro di Bleiburg, dove furono uccisi, oltre a militari croati, moltissimi civili, donne e bambini. Tutta gente consegnata in mano ai comunisti dal Comando Britannico. Le donne subirono stupro di massa prima di morire lapidate mentre molti militari furono massacrati con decapitazione. Nella zona di Bleiburg furono trovati i resti di numerosi cadaveri in fosse comuni e successivamente in Slovenia furono scoperte molte altre fosse comuni, specialmente nella zona di Maribor. Gli storici, dopo molte ricerche, hanno constatato che le fosse comuni sono molto distanti tra loro poiché i prigionieri furono uccisi durante una cosiddetta marcia della morte ossia di trasferimento da un campo di concentramento all'altro. Difficilmente si saprà il numero esatto di vittime, stimate tra le 55.000 e le 250.000.

Ma Canicattì ed altre città italiane onorano Tito.

Postato da: Vandeaitaliana a 07:03 | link | commenti (10)
comunismo, storia, guerra, resistenza, foibe, istria, 10 febbraio, italasia, irredentismo

Ecco il nuovo: Tito, un Eroe !

A Parma esiste ancora una Via dedicata al boia Tito, come a Torino esiste corso unione Sovietica. Ecco una chicca dei bravi antifascisti, come si vede, il nuovo che avanza:

"A Parma le destre anticomuniste, reazionarie e fasciste, presenti in Giunta comunale, vogliono togliere dalla toponomastica cittadina la via che il Comune anni fa ha intitolato a Tito.
Già da tempo il cartello stradale indicante la via, ripreso nella fotografia riportata sotto, ha subìto questa modifica: per esteso è stato scritto il nome croato “Broz” mentre il nome, chiaramente ben più noto, di “Tito” è stato lasciato solo con la lettera iniziale T maiuscola seguita dal puntino.
Domenica mattina 30 aprile 2006, il giorno dopo la conferenza-dibattito:“'43-'45, Italia, Jugoslavia: Resistenza in Europa” promossa dal Comitato antifascista di Parma per la verità sulla “vicenda foibe”, militanti del Comitato stesso si sono recati sul posto e sul cartello in questione hanno scritto il nome “Tito” per esteso.
Rendendo omaggio così, anche con questo piccolo gesto simbolico, alla Resistenza jugoslava capeggiata da Tito. Resistenza della Jugoslavia che è stato uno dei più grandi tributi alla guerra di liberazione dal nazifascismo.I militanti del Comitato, nell’attiguo Largo Tito hanno esposto un cartello che ricorda i 20.000 soldati italiani caduti combattendo nelle fila della Resistenza jugoslava, con la quale si schierarono 40.000 soldati italiani dopo l’8 settembre '43. Questi uomini, accolti come fratelli dalle popolazioni jugoslave, lavarono l’onta gettata sul popolo italiano dal fascismo e dal suo esercito che aveva occupato e aggredito la Jugoslavia, deportato e massacrato decine di migliaia di civili, distrutto e bruciato centinaia di villaggi, “italianizzato” il paese.
Omaggio a Tito l'antifascista, l'antistalinista
Non possiamo che condividere l'omaggio a Tito, leader della resistenza antifascista e antinazista in Jugoslavia. Il tentativo delle destre (fasciste, post-fasciste o a-fasciste) di cancellare una pagina di storia, si collega a al tentativo revisionista di annullare i valori della Resistenza in Italia come in tanti altri paesi d'Europa e il ruolo che in essa hanno svolto i comunisti. Vorremmo rendere omaggio a Tito anche per la sua difesa dell'indipendenza jugoslava e della ricerca di una via nazionale al socialismo contro l'arroganza dell'URSS staliniana. Tito, pur con limiti e contraddizioni che oggi vediamo con maggiore chiarezza, ha cercato negli anni successivi di costruire un socialismo fondato sull'idea di autogestione. Un socialismo, se non pienamente democratico, un po' meno autoritario e ottuso di quello imperante nel socialismo reale. Questo ha aperto la strada ad un positivo contributo teorico del marxismo jugoslavo, soprattutto negli anni '60 e '70, che si apriva a riflessioni meno dogmatiche di quelle provenienti da Mosca, e che si collegavano a spunti in parte simili a quello che è stato definito come "eurocomunismo".
Per noi il riconoscimento del ruolo di Tito non può che valorizzare ugualmente il suo antifascismo come il suo antistalinismo."

Vi rendete conto ? "Accolti come fratelli" ? 


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politica, comunismo, storia, guerra, resistenza, istria, 10 febbraio, negazionismo, neo-antifascismo, irredentismo

sabato, 09 febbraio 2008
Il coraggio di un' Italiana: Maria Pasquinelli.

Maria Pasquinelli.

Maria Pasquinelli (Firenze, 1913) si era diplomata maestra elementare e successivamente laureata in pedagogia a Bergamo. Fascista fervente, frequentò la Scuola di Mistica Fascista. Nel 1940 si era arruolata volontaria crocerossina al seguito delle nostre truppe in Libia. Era animata da un fervente amore per la patria, che le faceva trascurare gli affetti sentimentali e familiari. Sul fronte libico notò "l'insufficiente partecipazione al combattimento di chi l'aveva predicato" e il basso morale delle truppe "non illuminate da alcun ideale". Nel novembre 1941 lasciò l'ospedale di El Abiar (a 40 Km da Bengasi), dove lavorava, per raggiungere la prima linea travestita da soldato con la testa rapata e documenti falsi. Fu scoperta, riconsegnata ai suoi superiori e rimpatriata in Italia. Nel gennaio 1942 chiese di essere inviata come insegnante in Dalmazia e per qualche tempo insegnò l'italiano a Spalato (allora annessa all'Italia nel Governatorato di Dalmazia).
Dopo l'8 settembre 1943, e le stragi di italiani compiute in Dalmazia ed Istria dai titini, aiutó a recuperare le salme dei militari e a documentare le atrocità delle foibe.
A Spalato trovò una fossa comune dove erano sepolti 200 militari della "Bergamo" e partecipò al recupero di altre centinaia di infoibati.
Stabilitasi a Trieste, subissò di memoriali e di denunce le autorità della RSI. Cercò di stabilire contatti tra la Decima Mas e i partigiani della "Franchi" e della "Osoppo" col proposito di costituire un blocco per la difesa dell'italianità nel confine orientale. Per questa attività venne arrestata dai tedeschi e minacciata di deportazione. Fu salvata da un intervento personale di Junio Valerio Borghese.

La mattina del 10 febbraio 1947 il brigadiere generale W. De Winton (comandante della guarnigione britannica di Pola) lasciò di buon ora il suo alloggio. Lo attendeva una giornata impegnativa. In quelle stesse ore a Parigi si stava firmando il trattato di pace da parte dei rappresentnati del governo italiano ed a lui sarebbe toccato il compito di cedere l'enclave di Pola alla Jugoslavia.
Quella mattina faceva molto freddo, c'era una bora gelida che spazzava le strade della città che pareva in disarmo, le luci dei bar erano spente, le saracinesche dei negozi abbassate e gruppi di persone si affannavano imprecando intorno a carri e carretti colmi di masserizie. I cittadini di Pola si erano illusi nei venti mesi di presenza di militari alleati di sfuggire al destino di passare sotto la Jugoslavia, destino che aveva già colpito gli italiani di quasi tutta l'Istria e della Venezia Giulia.
Ma ora bisognava fare i conti con la realtà: per espresso desiderio, il passaggio di poteri sulla città di Pola avrebbe avuto luogo in concomitanza con la firma del trattato di pace. Per l'occasione, la guarnigione britannica era stata schierata davanti alla sede del comando ed il generale De Winton fu invitato a passarla in rassegna.
La cerimonia si svolse sotto la pioggia e davanti a pochi curiosi dai quali si levarono mormorii di disapprovazione e qualche grido ostile: i polesani si sentivano abbandonati e traditi dai loro protettori.
De Winton stava avanzando verso il reparto schierato quando, dalla piccola folla presente, si staccò la Pasquinelli che si diresse verso l'ufficiale. Fu questione di un istante: estrasse dalla borsetta una pistola e fece ripetutamente fuoco senza pronunciare una sillaba.
Tre proiettili colpirono al cuore il generale che morì sul colpo, un quarto colpo ferì il soldato che aveva cercato di proteggerlo.
Per qualche giorno le autorità militari alleate mantennero il massimo riserbo. Del delitto furono lasciate circolare le versioni più strampalate: isterismo, delitto passionale, provocazione fascista o titina e così via.
Grazie ad Indro Montanelli, presente a Pola come inviato del Corriere della Sera, fu possibile conoscere la vera motivazione dell'attentato che spiegava le ragioni del delitto.
In tasca della Pasquinelli venne trovato un biglietto-confessione nel quale spiegava le ragioni che l'avevano portata a compiere quel gesto. In questo biglietto dopo un preambolo  sull'italianità dell'Istria e sul sangue versato dai martiri italiani si leggeva: "Io mi ribello, col fermo proposito di colpire a morte chi ha la sventura di rappresentarli, ai Quattro Grandi i quali, alla Conferenza di Parigi, in oltraggio ai sensi di giustizia, di umanità e di saggezza politica, hanno deciso di strappare ancora una volta dal grembo materno le terre più sacre d'Italia, condannandole o agli esperimenti di una novella Danzica o con la più fredda consapevolezza, che è correità, al giogo jugoslavo, sinonimo per la nostra gente indomabilmente italiana, di morte in foiba, di deportazioni, di esilio"
Dopo l'attentato, che da parte della stampa venne giudicato come un "rigurgito fascista", il corrispondente da Pola dell'Associated Press Michael Goldsmith scrisse:
« Molti sono i colpevoli, i polesani italiani non trovano nessuno che comprenda i loro sentimenti. Il governo di Roma è assente, gli slavi sono apertamante nemici in attesa di entrare in città per occupare le loro case, gli Alleati freddi ed estremamente guardinghi. A questi, specie agli inglesi, gli abitanti di Pola imputano di non avere mantenuto le promesse, di averli abbandonati. »
Maria Pasquinelli fu processata due mesi dopo il fatto dalla Corte Militare Alleata di Trieste. Il dibattito si svolse senza tumulti né colpi di scena. L'imputata si dichiarò colpevole e spiegò le ragioni che l'avevano indotta a compiere l'attentato. Una sola volta l'aula fu fatta sgombrare dal presidente Chapman. Accadde quando il difensore avv. Giannini, invitato dal presidente ad adeguarsi alla procedura seguita dalla Corte alleata, rispose:
« Prima di ogni altra cosa, signor presidente, io mi considero un italiano che difende un'italiana »
Nell'aula il pubblico applaudì e si udirono grida "Viva l'Italia". Fu allora che l'aula venne fatta sgombrare. Il 10 aprile la Corte alleata pronunciava la sentenza che la condannava a morte, l'imputata si raccolse in silenzio, il pubblico rumoreggiò e le donne scoppiarono in singhiozzi. Il giorno seguente Trieste fu inondata da una pioggia di manifestini tricolori sui quali era scritto:
« Dal pantano d'Italia è nato un fiore: Maria Pasquinelli »
In seguito, la pena capitale fu commutata nel 1954 in ergastolo e fu trasferita nel penitenziario di Perugia. Nel 1964 tornò in libertà, ma non ha mai concesso interviste. Maria Pasquinelli ha cercato di farsi dimenticare da allora e tuttora vive a Bergamo.

Postato da: Vandeaitaliana a 17:51 | link | commenti (2)
guerra, fascismo, istria, 10 febbraio, irredentismo

Inno all' Istria.

Oh bell' Istria, chi lungo il tuo lido
và scorrendo sul placido mar
a te manda un festevole grido
come amico ad amico suol far.
Quai smeraldi i tuoi pingui oliveti
sono invidia al lontano stranier.
Sono sempre I tuoi dolci vigneti
nuova fonte di vita e piacer.
Delle muse qui il mite sorriso,
qui il sapere ebbe culto ed onor.
A tuoi figli qui brilla sul viso
l'amistade che viene dal cor.
Istria Salve!
Istria salve ! Ruggente procella
mai turbi il sereno tuo ciel,
ma di pace e di gioia la stella
a te splenda benigna e fedel.
Istria Salve !

(Giulio Giorgieri -Parenzo 1869)







Postato da: Vandeaitaliana a 17:27 | link | commenti
guerra, foibe, istria, 10 febbraio, negazionismo, irredentismo



NO ALLA TURCHIA IN EUROPA !!!!!